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di christian Campigli

La Leopolda incorona Matteo Renzi come Leader Maximo

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Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

di Christian Campigli - La Leopolda 9 si chiude con mille dubbi, soprattutto politici, e poche, ma granitiche certezze. Prima tra tutte l'adorazione, quasi mistica che i partecipanti alla kermesse fiorentina riservano, ancora oggi, al proprio leader.

 

Per loro Renzi deve tornare alla segreteria del partito, rivoltarlo come un calzino, buttare fuori (meglio se a calci) chi la pensa in modo diverso e presentarsi agli italiani.

 

Che, ritengono le pasionarie, sicuramente riconoscerranno nel Bomba l'unico, vero condottiero. L'uomo dal profilo giusto per uscire dalla mediocrità. Basta passare tra i tavoli programmatici, ascoltare i commenti, vedere le espressioni dei volti. Nessuno può sostituire Renzi.

 

L'intervento che sintetizza a meraviglia il pensiero dominante (anzi, il pensiero unico) della Leopolda è quello espresso da Teresa Bellanova. Vestito sgargiante, capello rosso fuoco appena messo in piega da un parrucchiere rimasto fermo alle tendenze degli anni '60 e una convinzione incrollabile nelle proprie capacità. Persino quando la logica consiglierebbe toni più accomodanti e meno aggressivi.

 

La sostanza del suo discorso è l'essenza stessa del renzismo. E il motivo per il quale il Pd, oggi, oscilla nei sondaggi tra il 15 e il 17%. Loro avevano ragione, le riforme presentate erano perfette, il Job Act è stata la migliore legge mai partorita (e pace se per farla approvare si sono calpestati i diritti dei lavoratori) e le eventuali sofferenze che dovranno oggi patire gli italiani sono giuste.

 

Perché si sono azzardati, con un roboante 60 a 40, a bocciare il referendum costituzionale. La riforma che, nella testa del nativo di Rignano, lo avrebbe lanciato nell'Olimpo dei politici italiani.

 

Accanto a calibri da novanta come Moro, De Gasperi o Berlinguer. E invece nulla, gli italiani, birbantelli, non hanno capito. Anche per colpa della sinistra interna al partito.

 

Che dovrebbe, sempre secondo i renziani, scalare il Monte Bianco nudi e scalzi per espiare le proprie colpe. Mai contraddire il leader Maximo. Mai. Nessuna autocritica, nessun ripensamento da Boschi, Lotti, Bonifazi.

 

Il Giglio Magico è compatto, impenetrabile. “Noi siamo i migliori. E prima o poi gli italiani lo capiranno”. Ecco, prima o poi. Nel frattempo il governo gialloverde, tra mille difficoltà porta a casa la manovra finanziaria (in attesa del riscontro dei mercati) e loro, i renziani, continuano a far finta che il Pd non abbia un disperato bisogno di un congresso.

 

E di un leader nuovo, con una linea politica completamente diversa da quella espressa dalla Leopolda. Per provare a rialzarsi e svolgere un compito ingrato ma indispensabile: l'opposizione.

 

Forse, dopo il congresso e la proclamazione di Zingaretti, i renziani capiranno quello che è ovvio, lampante a tutto il Paese da almeno due anni: Matteo Renzi deve formare un proprio partito e raccogliere quel briciolo di consenso che ancora ha.

 

Perché la storia d'amore tra l'ex premier e il più grande partito di sinistra in Italia è finita, morta e sepolta. E andare avanti sarebbe solo l'ennesimo atto di tafazzismo.

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