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querela

Caccia all'uomo su Facebook dopo foto a mutande donna in bicicletta, il caso finisce in tribunale

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Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

Pubblicare post (anche inutili) su Facebook, ormai si sa, è diventata abitudine per milioni di italiani. Spesso il dibattito pubblico è stimolato proprio da video, foto o post pubblicati sui social network che scatenano, nel vero senso della parola, il peggio ed il meglio di ogni individuo.

 

Migliaia di commenti incontenibili, che spesso non vengono neanche censurati dall’azienda di Zuckenberg. Gli insulti, spesso gravissimi, sono la conseguenza più diffusa con strascichi giudiziari sempre più frequenti.

 

E’ questo il caso di un post virale che qualche giorno fa è diventato oggetto di articoli su quotidiani nazionali e invettive, talvolta fuori da ogni criterio logico, che hanno invaso il popolare social network.

 

Si tratta di un post di Francesco Ciai, presidente della Fondazione Claudio Ciai, giovane impegnato nel sociale, a difesa della diversità e contro le discriminazioni di ogni genere, che ha condiviso una foto di spalle di una donna in bicicletta, con una gonna alzata dal vento che mostrava il suo intimo, e che era stata pubblicata da un altro utente. 

 

Ciai ha condiviso l’immagine, oscurando la foto del profilo ed il cognome dell’autore  (ma su questo punto torneremo a parlarne tra qualche riga), e criticando duramente il gesto del fotografo. 

 

“Quando vedete post del genere  non scrivete sotto queste cazzate - ha scritto - Non siate complici di questo schifo. Non insinuate che la ragazza in questione lo abbia fatto per essere guardata. Non insinuate che sapesse di essere fotografata e che volesse finire in rete con la gonna alzata, perché come dice questo fotografo - e lo trovate nei commenti - “sicuramente sapeva quello che faceva”.

 

"Questo che vedete è successo a Firenze, nelle strade del mio quartiere - prosegue nel lungo post - Marco, il fotografo, si è sentito così figo da firmare anche ogni singola foto prima di metterla in rete e il post è stato poi condiviso dai suoi seguaci nei vari gruppi pubblici di quartiere, senza che nessuno abbia obiettato... anzi!”.

 

”Se un post del genere, Marco, l’avesse pubblicato negli Stati Uniti - continua Ciai nel post, pubblicato anche dal Corriere della Sera - sarebbe stato messo alla gogna mediatica e non avrebbe più lavorato un giorno in vita sua in quel settore. In Italia invece il suo post avrà sicuramente più condivisioni rispetto a questo di protesta. Perché in fin dei conti lui è un “ragazzone mai cresciuto” e io l’attivista rompiscatole di turno. In Italia Marco è un “ganzo”, che viene applaudito per la sua virilità e per la sua prontezza nell’immortalare il momento in cui arriva una folata di vento, e, cosa peggiore, continuerà imperterrito a farlo, perché nella sua testa questo è quello che fa un “vero maschio”.

 

“La vittima in questione, di cui ho avuto il buon senso di censurare le immagini, potreste essere voi se siete donne, o potrebbe essere la vostra compagna, vostra madre, vostra sorella, vostra figlia... Anche in tal caso trovereste gli scatti divertenti e applaudireste il Marco di turno? Questa non è l’Italia che vogliamo. Fermate questo modo di pensare. È sbagliato” aggiunge.

 

“La violenza non è solo aggressione, può anche essere un atteggiamento - conclude Ciai - Non ridete su queste cose. Non state in silenzio. Segnalate questi comportamenti a chi di competenza. Non mi stupisco dei commenti di una manica di uomini da quattro soldi. Mi stupisco solo che nessuna donna si sia incazzata”.

 

A seguito di questo post, condiviso da migliaia di utenti, si è scatenata la caccia all’uomo. Commenti al veleno, con accuse pesanti (“c’è un maniaco nel quartiere”, "Se fosse la figlia... La venderebbe nei gruppi Telegram", "sei uno stalker di mer*a", "vorrei dirgli due paroline al caro Marco, poi vediamo se si diverte ancora") e qualcuno ha anche condiviso proprio il profilo del ‘fotografo’, con foto e il nome e cognome in bella vista. "E' lui giusto?" commenta una utente condivendo il profilo, anche in risposta ai tanti commenti che volevano conoscere l'identità dell'uomo.  

 

Inutile elencare gli insulti e le minacce ricevute dall’uomo nelle oltre tremila condivisioni del post.

 

Così il professionista ha deciso di tutelarsi, e proprio ieri è stata depositata in Questura, a Firenze, una querela per diffamazione aggravata nei confronti di Ciai e degli autori di alcuni commenti.

 

L’uomo, un imprenditore fiorentino di 65 anni, impegnato anche in note iniziative benefiche, non ci sta ad essere accusato di essere “un maniaco”, e sulla questione vuole difendersi.

 

L’autore della foto, assistito dall’avvocato Massimiliano Manzo, spiega che ha fatto della fotografia “il proprio impegno pressoché principale di vita, lavorando in contesti di shooting professionali ma anche amatoriali”, d’altronde, si difende l’uomo, “non ho mai nascosto di avere una forte propensione per la street photography, ossia quel genere fotografico che predilige ritrarre soggetti in situazioni reali e spontanee, non creati ad hoc, solitamente presenti in luoghi pubblici”, per poter  “catturare, e raccontare, aspetti della società nella vita di tutti i giorni”. In effetti l’uomo da tempo, proprio sui suoi profili social, pubblica foto di questi contesti in uno specifico album.

 

A commento della foto in questione, il fotografo scriveva sul suo post originale, “Della serie ‘COGLI L’ATTIMO’...qui mi sono sentito davvero tanto “paparazzo”! #street #streetphotography”.

 

Il fotografo spiega poi che, "per tutelare la privacy della donna”, ha scattato le fotografie stando attento a non rendere la donna riconoscibile. “come infatti può vedersi dagli scatti originali, le foto pubblicate non riprendono il volto della donna né, tanto meno, elementi caratteristicisottolinea. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui l’uomo ha deciso di querelare Ciai, perchè quest’ultimo avrebbe modificato “tendenziosamente, il post originario”.

 

Infatti, denuncia l’uomo, “Ciai, da un lato, ha oscurato soltanto il cognome” e “non il nome di battesimo”, rendendolo, di fatto, riconoscibile ma soprattutto, il fotografo appunto lamenta che Ciai avrebbe “oscurato la testa della donna ritratta e non il volto perchè, come detto, questo non era stato ritratto” e questo aspetto, lamenta l’imprenditore, “lascia intendere che il sottoscritto avrebbe pubblicato la foto di una donna, con le parti intime scoperte, riconoscibile dal volto, violando la sua privacy, la dignità e il rispetto” e ha fatto capire che “io sarei dedito a violare la privacy delle donne, senza alcuna forma di rispetto nei loro confronti, ritratte solo ed esclusivamente per le parti intime scoperte in assenza del loro consenso”.

 

Nella querela l'imprenditore fiorentino chiede anche "l'oscuramento del post di Facebook pubblicato da Ciai".

 

 

 

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