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di claudio martini

Firenze risorgerà con l'ottimismo. L'esempio di Bobo

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Immagine articolo - ilsitodiFirenze.it

di Claudio Martini - Per chi come me opera nel settore della comunicazione questo periodo che verrà ricordato come la grande “PP” offre sicuramente uno spunto importante di riflessione e certamente meriterà, a bocce ferme, uno studio approfondito, ma oggi non è di questo che voglio parlarvi, bensì di una Firenze che cammina e non intendo i rari “birbanti” che si vedono per strada, ma di quella Firenze che, da venti secoli, Cammina nella storia mondiale, quella Firenze operosa che si è reinventata mille volte, quella Firenze geniale invidiata dal mondo, quella Firenze che si è sempre rimboccata le maniche dopo ogni “alluvione”, quella Firenze che, grazie a dio esiste ancora. 

 

Questo primo viaggio mi porta in Piazza Ferrucci, quel Francesco Ferrucci che da solo basterebbe a ricordare  la fierezza fiorentina davanti alle avversità.
Attraverso una Citta fantasmatica e surreale sotto il sole primaverile; mi sento come Robert Neville nel film “io sono leggenda”, la Città sembra appartenermi, anche se so perfettamente, che dietro ogni finestra si nasconde una vita. 

 

Arrivo in un baleno in quello slargo che, morbidamente accoccolato sulla riva dell’Arno, apre le porte al viale che sale al Piazzale Michelangelo. Lì, da tempo immemore, sorge un chiosco che, a chi ha la mia età, riporta immagini sfuocate di una Firenze dai colori saturi stile Polaroid, ebbene quel chiosco ormai da anni si è vestito di nuovo, si è vestito dei colori sgargianti della Night Life fiorentina, quel chiosco che per tutti noi fiorentini è il Bobo Check Point.

 

Potrei dire che conosco Bobo da sempre, anche se curiosamente non so neppure da dove nasca il suo nomignolo, per tutti lui è Bobo.

 

Lo trovo seduto su uno sgabello intento a sfogliare progetti e preventivi, lo trovo a lavorare come sempre; il Dehor che ha visto passare due generazioni di nottambuli adesso è vuoto, sparite le sedie, spariti i tavoli, al loro posto un cantiere a cielo aperto. Anche il chiosco è vuoto, come una valigia dopo un viaggio, ma al suo interno, nella penombra, vedo due operai rigorosamente distanti che armeggiano intenti a fare qualcosa che non capisco, riporto lo sguardo sull’eterno ragazzo e dietro la mascherina percepisco quel sorriso che da sempre lo distingue. 

 

Gli chiedo come va solo per sentire ancora una volta il suo “grido di battaglia” quel “Alla Strabobo” che, come un marchio, identifica questo Imprenditore della notte gigliata.

 

Ovviamente ci salutiamo a distanza sapendo bene quanto per tutti e due sia difficile evitare quell’abbraccio fraterno che da sempre ci scambiamo, ma sapendo già che quei giorni torneranno e che sarà ancora più bello tornare a farlo.

 

Parliamo del più e del meno cercando di evitare quella domanda che, come una luce al neon, illumina il nostro cervello “QUANDO FINIRA’”, parliamo come due vecchi amici, parliamo del suo progetto, parliamo della sua terza o quarta rinascita, ed è questa la ragione pe cui sono giunto qui, per una ventata di ottimismo circondato come sono, come siamo, da oracoli che predicono solo devastazione.

 

Bobo è come una palma nel deserto, è la luce in fondo al tunnel, è quel fiorentino antico che ha ricostruito il Ponte vecchio cento volte tenendo chiodi e legno in bottega in attesa della prossima piena; per alcuni forse è un inguaribile ottimista, per me è il simbolo dell’umano che non si arrende mai, quell’umano che ci ha fatto uscire dalle caverne, dalle tenebre del medioevo, quell’umano che in fondo alberga in ognuno di noi.

 

Mi racconta il locale che verrà, mi racconta la sua idea green e mentre lo fa sento rimbalzare nella mia testa le risate, i chiacchericci dei futuri avventori ed è un bel sentire.

 

Mentre parliamo vedo, con la coda dell’occhio, uno degli artigiani uscire dal chiosco ed incamminarsi per la Piazza deserta; lo seguo con lo sguardo e, in lontananza, scorgo un solitario signore con il suo lasciapassare al guinzaglio, un simpatico Boxer che oggi più che mai è il miglior amico dell’uomo.

 

Quando penso di aver fatto il pieno di belle emozioni e mi accingo a salutarlo, Bobo mi invita ad attendere ancora qualche minuto, ed è allora che vedo, quello che ho scoperto essere l’elettricista, tornare con in mano un improbabile vassoio di cartone dove spiccano, come brillanti, tre tazzine di caffè reperite chissà dove.

 

Quando lo saluto il mio ottimismo è alle stelle, adesso so che Firenze risorgerà più bella di prima, grazie a persone come Bobo e forse un pochino grazie anche a quel caffè.

 

Claudio Martini 

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